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Il mio grande amore per la modellazione con il polymer clay nacque in seguito ad un'esigenza: mi capitava spesso di non riuscire a trovare le perle che mi servivano per i miei lavori con perline: o erano dei colori sbagliati , o le dimensioni non erano quelle giuste , oppure erano di qualità scadente.

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Stanca della situazione, comperai un pacchetto di DAS terracotta, mi bagnai le mani, sporcai tutta la superficie di lavoro e il lavandino, e riuscii a creare qualcosa che molto vagamente somigliava a delle perle. Le lasciai asciugare al sole per più giorni, ritirandole la notte ed esponendole il mattino dopo. Avevano un aspetto decisamente etnico, con lo stuzzicadenti infilzato dentro, e solo con qualche perplessità riuscivo ad immaginarle integrate con le perle di vetro e cristallo finemente sfaccettate che usavo nei miei lavori. Alla fine stabilii che no, proprio non potevo inserirle nelle mie collane, e così cominciai a cercare un'altra strada. Erano rustiche, di un bel colore caldo, chissà come si sarebbero sposate con lo spago? E mi sarei dovuta limitare ad infilarle una dietro l'altra o avrei potuto creare qualcosa di diverso? Fu grazie al macramé che riuscii a trovare una dignitosa via d'uscita. La rusticità delle mie perle di terracotta si intonava bene alla semplicità spartana dello spago, ed i nodi del macramé aggiungevano pregio alla realizzazione. Nel frattempo, modellando una perla dietro l'altra, mi accorsi che era proprio piacevole modellare: così cominciai a creare piccole pagnotte, sfilatini ed altri alimenti farinacei... Pensai che sarebbe stato proprio carino poter appendere le mie creazioni, così cominciai a creare dei rombi con un buco in cima ai quali incollavo, ancora umide, le mie pagnottine appena modellate.

Un bel giorno mi cadde un braccialetto che avevo appena terminato di infilare: delle quattro perle che conteneva, tre erano in frammenti e l'ultima era incrinata. Non potevo pensare che si trattasse di un caso... così, con il cuore a pezzi, feci altre "prove caduta" e scoprii che il risultato era sempre uguale: le perle si rompevano, e quelle che non si rompevano si incrinavano.

Non passò molto tempo che scoprii che una pagnottina era scomparsa: sarebbe dovuta essere insieme allo sfilatino, attaccata al rombo che le permetteva di fare bella mostra di sé sul muro della mia cucina, e invece non c'era più. Se n'era andata, stanca del ruolo tradizionale che le imponevo, in cerca di una via personale per le strade del mondo? Oppure l'avevano rapita gli alieni?

Non la rividi mai più. In compenso scoprii che il suo esempio era stato seguito da altre intrepide: nella scatola che le conteneva, non poche erano quelle che avevano deciso di separarsi dal supporto che io avevo loro affibbiato...

Mi rassegnai ad utilizzare la colla.

Piano piano persi interesse: un bel giorno presi il mio pacchetto e lo chiusi in un contenitore a tenuta stagna, con la speranza di trovarlo ancora modellabile il giorno che mi fossi decisa a riutilizzarlo.

E' ancora lì.

Restava intatto il bisogno di perle. Restava intatta la voglia di modellare. Così mi feci spedire da una mia amica americana un piccolo assortimento di questo strano materiale, il "polymer clay".

Sapevo che era modellabile, sapevo che bisognava cuocerlo in forno per farlo indurire, e sapevo anche che, se avessi esagerato con la temperatura, avrebbe rilasciato fumi dannosi.

Sostanzialmente questo era tutto ciò che io sapevo. Era abbastanza per intimorirmi!

Cominciai, si fa per dire, a creare. Tutto ciò che facevo lo mettevo da parte senza cuocerlo, tanto volevo riutilizzare la pasta e consideravo i miei lavori come esperimenti. Non so come mi venne l'idea geniale di riporre i miei lavori su una vaschetta di polistirolo, e immagino che fu per non mischiare troppo i colori, ammassando un lavoro sull'altro, comunque la coprii con un foglio di plastica per alimenti e la misi in cima al mobile. Il giorno che la recuperai, osservai sconvolta ciò che era successo: tutti i miei oggettini erano sprofondati nel polistirolo! In qualche modo, con una reazione chimica e a me sconosciuta, il Fimo aveva fuso il polistirolo.

Buttai tutto nella spazzatura e considerai che non ne sapevo abbastanza. Mi rifiutavo di lavorare con qualcosa di potenzialmente pericoloso per la mia salute senza neanche sapere cosa stavo facendo!

Cominciai a cercare nella rete, e cominciai a trovare: il sito Polymer Clay Central già da solo mi informava in maniera esaustiva, ma nel frattempo avevo scoperto che la rete era piena di siti dedicati a questo materiale, e osservavo meravigliata e ammirata che cosa con un semplice pacchetto di pasta modellabile si poteva ottenere. Le immagini che vedevo, benché così distanti dalle misere cose che sapevo fare io, mi incoraggiavano e ispiravano: e piano piano presi confidenza con il materiale, mi comperai un fornetto e mi lanciai: sarei diventata un'artista o sarei perita nel tentativo (magari intossicando tutti i miei vicini).

In realtà scoprii che la modellazione mi riusciva con facilità, ed i complimenti che ricevevo mi incoraggiavano ad andare avanti: un'altra cosa che mi ha aiutata molto e' stata la mia curiosità, che mi ha spinta a provare sempre nuove tecniche, e nuovi prodotti.

Mi innamorai del Fimo soft, poi del Premo! e poi tornai al Fimo soft: oggi, immemori del mio tradimento, lavoriamo felici in perfetta armonia.

In rete ho visto veramente dei bei lavori, ma uno di questi spicca su tutti, è insuperato e insuperabile, perché oltre all'aspetto estetico ha un contenuto emozionale di grande impatto.

La statuina in questione rappresenta una sirena che stringe tra le braccia una bimba, sirena anche lei. Si intuisce dalla partecipazione dei volti che esiste un legame tra le due, e dalla somiglianza fisica si capisce che deve trattarsi di un legame genitoriale. Il loro e' un abbraccio intenso, in cui più che toccarsi si fondono: anche le code partecipano, cercandosi e trovandosi. Il titolo dell'opera è: one more minute.  L'artista racconta nel suo sito di avere creato questa statuina in seguito ad un incidente d'auto che ha avuto sua figlia, incidente che le ha fatto temere di perdere sua figlia per sempre. Lei ha cercato di esplicare, e secondo me c'è riuscita benissimo, lo struggimento con cui una madre invoca un momento ancora, un altro bacio, un'altra carezza prima dell'oblio. Il nome dell'artista e' Lorie O Follett e questo e' il suo sito Internet, che vi consiglio caldamente di visitare. La statuina potete vederla direttamente cliccando qui.

Ne ho parlato, in questa sede in cui ho raccontato la mia evoluzione artistica, perché questa statuina costituisce per me una mèta. Non mi propongo di duplicarla, che non mi permetterei mai, ma spero con tutto il cuore di riuscire a diventare un'artista abile come la signora che ha realizzato questo piccolo capolavoro.

Chiunque desiderasse contattarmi può farlo tramite ICQ: il mio numero è: 245950994, oppure scrivendo a: info@hobbydonna.it , specificando che l'email è diretta a me, Moni Ka.
Sono disponibile a collaborazioni retribuite con siti web, collaborazioni con riviste e libri, ed anche per semplice amicizia.

Le immagini e l'idea di questa particolare realizzazione sono un copyright (c) di Hobbydonna.it

E' proibita la riproduzione per scopi commerciali.

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